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Riflettori su: Istituto Italiano di Cultura di New York
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Riflettori su: Istituto Italiano di Cultura di New York

Categorie: Cultura e creatività -Arti Visive -Cinema e Audiovisivo -Editoria e Letteratura

Intervista al Direttore Fabio Finotti.

Fabio Finotti
Fabio Finotti

a cura di Basilio Toth

Intervistiamo Fabio Finotti, il nuovo direttore di “chiara fama”, dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, per il ciclo di interviste ai Direttori degli Istituti Italiani di Cultura della nostra rubrica Riflettori su.

Fabio Finotti ha studiato alla Scuola Normale di Pisa, ed è Professore Emerito dell’University of Pennsylvania, dove è stato titolare della Cattedra Mariano DiVito e Direttore del Center for Italian Studies. Tra i suoi ultimi libri: “Italia. L’invenzione della patria”, Milano, Bompiani.


Gli ultimi mesi sono stati difficili per tutti ma hanno offerto un’opportunità unica per migliorarsi e innovare. Quali innovazioni sono state introdotte dalla Sede per affrontare prima l’emergenza e poi la “nuova normalità”?

Ho assunto le funzioni di Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a New York proprio in piena emergenza Covid, quando la Sede aveva attivato le procedure di accesso controllato e poi di restrizioni all’accesso. Io ho cercato subito di creare una “sede virtuale” anche continuando a far lavorare il personale, combinando, anche con i turni, le varie forme, a nostra disposizione, di lavoro in presenza e da remoto. Una delle prime cose che notai, con  molte persone rimaste chiuse in casa senza risorse alternative, fu l’aumento della domanda di servizi culturali, che ha portato a un aumento della nostra offerta.  Ho pensato di creare una struttura che non fosse un mero deposito di opere: noi italiani siamo anche grandi architetti. Così è nata la nostra nuova piattaforma, Stanze italiane che sta avendo grandissimo successo e a cui è molto semplice accedere. Abbiamo dovuto anche fare dei lavori strutturali e abbiamo colto l’occasione per rinnovare tutto l’impianto elettrico dell’Istituto. Abbiamo bisogno di spazi un po’ diversi oggi. Ma devo dire che anche il pubblico è cambiato, non abbiamo più solo un pubblico newyorkese, abbiamo  un pubblico globale, c’é chi ci segue anche da altri Paesi, come ad es. dall’Australia. Le nuove tecnologie, la dimensione virtuale consentono un accesso a livello globale.

L’utenza degli Istituti Italiani di Cultura si aspetta sempre proposte di altissimo livello. A suo avviso, il pubblico dell’Istituto, negli ultimi tempi, ha mantenuto lo stesso livello di ambizione? e ha cercato più la novità, o la rassicurazione, negli ultimi mesi?

Qui credo che la rassicurazione abbia coinciso con la novità. Proponendo novità abbiamo potuto far vedere che l’Italia in tutto questo periodo ha continuato a fare cultura, un messaggio molto importante e certo molto rassicurante. Abbiamo quindi potuto far lavorare gli artisti italiani che hanno dimostrato di saper continuare a produrre creatività.

La comunicazione con il vostro pubblico e il coinvolgimento nelle attività della Sede avrà subito dei cambiamenti. In questa relazione, che ruolo hanno svolto le nuove tecnologie? L’utenza è stata propositiva? Quale è stata la sua esperienza?

Le nuove tecnologie  oggi non sono più solo un mezzo, sono anche un linguaggio. Si pensi alla “Prima della Scala”: c’è stato lo sfondamento della scena, con le persone collegate  si sentivano di stare alla Scala. E poi i “contesti”. Noi adesso siamo in grado di creare una pluralità di contesti, ad es. anche le interviste con i Direttori: anche noi lo abbiamo fatto con alcuni dei più influenti direttori di strutture culturali qui negli Stati Uniti. Tutto questo naturalmente con gli italiani ma anche con gli americani che amano l’Italia, che sono sempre numerosissimi. Esiste quello che Bassetti ha chiamato “italicità” e che è molto importante qui, la consapevolezza di un’appartenenza a questa collettività di italici nel mondo; o gli americani che hanno scelto di essere italiani, che non lo sono per nascita.

Sarà anche stato necessario cancellare eventi o ripensarli per adattarli al nuovo contesto. Alcune iniziative potranno essere recuperabili, altre, completamente nuove, staranno nascendo al loro posto. Nella prossima programmazione ci sono iniziative particolari rispetto alle quali vorrebbe anticiparci qualcosa?

Non abbiamo cancellato nulla. Tutto quello che volevamo fare lo abbiamo fatto online. La prima iniziativa da citare è “Il Caminetto”. Sono le storie di successo, se vogliamo, di italiani che hanno fatto un bel percorso. E poi c’è la dimensione potremmo dire di mentoring. Ad esempio abbiamo intervistato Andrea Danese che ha avuto successo nel mondo della finanza.  Bisogna curare anche il messaggio rivolto ai giovani con esempi interessanti, di storie di successo ma anche storie di coraggio. Bisogna tornare ad aver voglia di andare lontano. Oggi peraltro non siamo più in un’epoca di emigrazione ma di mobilità, e le persone non pensano veramente di dover lasciare un Paese, ma di poter andare e di poter tornare da posti diversi.

Può tracciare, per le lettrici e i lettori di italiana, un ritratto dell’Istituto Italiano di Cultura da lei diretto e della sua storia?

Storicamente l’Istituto nasce negli anni ’50 in pieno boom economico in un momento in cui l’Italia vuole “conquistare l’America”. Viene acquistato nel ’58 un edificio che si direbbe landmark, un luogo importante di New York. A fine anni ’80 viene ristrutturato e diventa sede dell’Italian Academy. L’edificio è stato costruito nel ‘900 con gusto neo-georgiano e con pezzi che arrivavano dall’Europa. A dirigere l’Istituto di New York vi sono stati grandi direttori e di “chiara fama” (Furio Colombo dal ‘91 al ‘94, Gioacchino Lanza Tomasi dal ’96 al 2000 o Giorgio Van Straten in anni più recenti, 2015-2019). Abbiamo una grande biblioteca, molto conosciuta e con volumi di oggettivo grande pregio anche grazie a donazioni prestigiose.

Come racconterebbe la città e la sua scena culturale? Quali sono i più importanti rapporti di collaborazione che l’Istituto intrattiene con istituzioni e operatori culturali?

L’offerta naturalmente a New York è ricchissima, dobbiamo un po’ autolimitarci. Il Metropolitan riaprirà l’accesso al pubblico con una mostra sui Medici. Poi abbiamo tante specifiche realtà che si legano alla nostra cultura, come l’Italian Academy gestita in parte dalla Columbia e in parte dall’Italia, la presiede il Presidente Mattarella. Abbiamo poi la Casa Italiana Zerilli-Marimò, molto rivolta ai giovani, ed il Calandra Italian American Institute. Su un piano più letterario va ricordato il Centro Primo Levi (Dante e Primo Levi sono gli unici italiani la cui opera è stata integralmente tradotta negli Stati Uniti) ed il CIMA/Center for Italian Modern Art, diretto da Laura Mattioli con un’interessantissima mostra su Schifano. Va ricordato anche Magazzino Italian Art che fa un grande lavoro promuovendo giovani artisti italiani, come pure l’Opera Theatre di Philadelphia che sta preparando una opera nuova su Dante, ancora una riprova di come i giovani americani siano ispirati dall’Italia.

Per maggiori informazioni iicnewyork.esteri.it

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